Il secondo film che consiglio di vedere come esempio di sceneggiatura particolarmente ben riuscita, è un film americano del 1990, diretto da Adrian Lyne e interpretato (casualmente, anche questa volta) da Tim Robbins e sceneggiato da Bruce Joel Rubin (autore anche di Ghost). Si tratta di “Allucinazione Perversa”, orrido titolo che non fa giustizia all'originale “Jacob's Ladder” (la Scala di Giacobbe, con evidenti riferimenti biblici).
La storia ha come sfondo la guerra nel Vietnam, di cui il protagonista è reduce traumatizzato. Tutto il film viaggia su livelli paralleli di racconto, con momenti di schizofrenia inquietante, da vero thriller psicologico, che paiono non aver giustificazione. E invece, come per miracolo, il finale shock spiega tutto. Quando si termina la visione si ha la sensazione di aver ricevuto un calcio sul fegato. Eppure si tratta della più lucida disamina degli effetti della guerra, degli orrori di essa, della somministrazione di allucinogeni sui soldati americani (il Ladder era uno di questi e Jacob è il nome del protagonista). Il finale del film, nella sua struttura, è ispirato (più o meno volutamente) ad un'opera letteraria di Ambrose Bierce, “Incidente ad Owl Creek Bridge”, una novella del 1886, ambientata durante la guerra di secessione americana del secolo precedente.
Ma è tutta la costruzione narrativa a coinvolgere in modo straordinario, comunicandoci l'angoscia vissuta dal protagonista e facendci partecipi del suo destino. Non è un film piacevole, nel senso che bisogna guardarlo con la consapevolezza che non assisteremo ad un “happy ending”, tutt'altro.
Adrian Lyne non è certo noto per i film di denuncia sociale o di approfondimento psicologico, visto che i suoi successi si chiamano “9 settimane e 1/2”, “Flashdance” e “Proposta Indecente”. Tuttavia “Allucinazione Perversa” esce completamente dai parametri delle sue altre pellicole, apparendo quasi come uno stupendo corpo estraneo.